Questo blog vota Berlusconi.
Berlusconi è eterosessuale.
Al contrario del PD che candida froci e transessuali.
Viva la Fica. Viva Berlusconi!
da el Pais

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Berlusconi è eterosessuale.
Al contrario del PD che candida froci e transessuali.
Viva la Fica. Viva Berlusconi!
da el Pais

Ero senza speranza
capita a tutti di tanto in tanto.
A quelli che vivono almeno.
Passavo le mattine
i pomeriggi
le notti
a bere e tirarmi seghe.
Se riuscivo scrivevo
sennò litigavo coi vicini
con le scommesse
con la roba da mangiare
con i sigari toscani al caffè
e con me stesso.
In genere perdevo
ma senza essere sconfitto del tutto.
Quando la conobbi ero troppo cinico per amarla
ma troppo desideroso di una donna calda per tenerla lontano da me.
Mi veniva a trovare e la scopavo.
Avevo troppo alcol in corpo ma ci riuscivo.
Se stavo proprio giù ci davo sotto di lingua e dita.
E a conti fatti la facevo divertire ogni volta.
Lei beveva con me
non quanto me.
Però mi teneva compagnia
e mi faceva sentire meno merda.
Una donna è capace di cose straordinarie
così
per natura.
Delle volte senza averne la minima idea.
Piano piano rallentai col rum
col vino
con la birra
col prosecco
col martini.
Rallentai per passare più tempo con lei.
Fuori da quell’appartamento pieno di rabbia e delusione.
Presi a baciarla.
Non l’avevo mai fatto in bocca.
Me lo fece notare chiedendomi se mi stessi innamorando di lei.
“Preferisco la tua fica, alla tua anima. Sì, la tua fica a tutto l’amore che potresti mai darmi”
le dissi una sera di novembre inoltrato.
E fuori pioveva.
Trovai un lavoro meno indecente
lei prese a infilare perline e a vendere tutto su eBay.
Si trasferì da me con due valigie
una busta di scarpe spaiate
un paio di tette carnose.
La sera c’era sempre una bella cenetta
e poi una scopatina niente male.
Le chiesi di provare nel culo
non l’aveva mai fatto.
La cosa mi eccitava tremendamente
ma fui un bravo maestro.
Ungevo e spingevo lentamente.
Fino a farle aprire quel muscolo.
Dopo un paio di settimane la scopavo tranquillo nel culo.
Voglio dire stantuffavo a dovere e a lei piaceva.
È bello vincere qualche volta
avere dei ritagli di giornale da far vedere agli amici.
A letto ci stavamo bene.
Bevevo sempre meno e il cazzo era più duro.
A volte la scopavo in piedi
in cucina.
Di solito accadeva la domenica mattina.
Lei girava per casa in mutandine.
Poi in cucina indossava un grembiule lungo sul davanti.
Se passavo e la vedevo la scopavo da dietro.
Mutandine spostate e fino in fondo alla fica.
La facevo poggiare sul tavolo
ancora sporco di farina e uova
e la schizzavo dentro.
Mi piaceva vederla colare sulle cosce.
Poi mangiavamo.
Aprivo una bottiglia di vino bianco e filavamo a letto.
Se non era amore ci somigliava parecchio.

“più dolce di una brava puttana”
era amore. Stupida.
2.
L’idea era quella di guadagnare qualche euro. Punto e a capo. Ero indietro con l’affitto, ma per fortuna il padrone di casa era un povero cristo che non me lo faceva pesare più di tanto. I soldi erano finiti però e per qualche mese sarebbe stata davvero dura. Fatto sta che un paio di giorni prima avevo incontrato questo Mario e c’eravamo riconosciuti. Eravamo vecchi compagni di scuola. Elementari, preti, scuole medie, roba così. Ora lavorava col padre. Erano i proprietari un’azienda alimentare e a vederlo di soldi ne aveva tanti. Bella macchina, orologio d’oro e tutto il resto. Era un cafone di prima categoria però, voglio dire parlava e si atteggiava come un boss della malavita. Ma gli avevo detto che stavo al verde e m’aveva rimediato un lavoro. Poteva bastarmi. Poi a lamentarsi o essere invidiosi è tutta fatica sprecata. Tutta energia mentale e fisica buttata nel cesso.
Alle 5 del mattino fa un freddo niente male ma sono al deposito. Fuori ci saranno una ventina di uomini. Alcuni parlano tra loro, evidentemente si conoscono. Altri pensano solo a riscaldarsi le mani sfregandole l’una con l’altra. Fumo dalla bocca, piedi sbattuti in terra per muoversi un po’. Dalla porta di metallo esce un tipo con una faccia da galera. Roba che a vederlo di notte rimpiangi di non avere una pistola carica in tasca. Viso butterato, aria arrogante. Si guarda intorno, ne scansa un paio col braccio, poi mi chiede il nome. Mi dice che mi aspettava, Mario lo aveva avvisato. Lascia tutti là fuori ed entriamo io e lui in un magazzino talmente grande che non ne vedo la fine. Luce gialla al neon e forse ancora più freddo che in strada. Mi indica la roba da caricare ed io inizio. Non si parla di soldi. Nel giro di qualche minuto vedo entrare gli altri uomini. Ci danno sotto senza che nessuno debba spiegargli nulla. Ci metto poco a capire che quella che sto caricando io è la merce più leggera. Cioè mi spacca le braccia ma è la merce più leggera. Ci sono negri africani, romeni, polacchi, albanesi, cinesi, che s’incollano scatole piene di barattoli dall’aria pesantissima. È tutta gente che pesa il doppio di me, che è alta un tot più di me, comunque. Eccetto i cinesi.
A me invece hanno dato le scatole piccole, non posso sbagliare. Mi guardano strano ma per un momento, poi si danno da fare a caricare quello che hanno davanti. C’è un diavolo di razzismo anche tra i miserabili penso, però non apro bocca. Per una volta sono dalla parte giusta e me la godo.
Dopo un po’ un tipo nero come la pece accende uno stereo. È un cazzo di jazz africano, qualcosa del genere. Stiamo là a caricarci tutta quella roba senza parlare, la musica è ripetitiva e aiuta a non pensare. I muscoli si muovono al gelo, si scaldano nella fatica. Dopo un minuto puoi fischiare una qualsiasi di quelle canzoni. Il ritmo iniziale è quello che disegnerà tutta la melodia, e questo mi piace. Ogni tanto il negro ne canta un pezzo e ci scappa da ridere. Quel tipo ha l’aria simpatica e lavora duro, non si ferma neanche quando accenna qualche passo di danza africana. Lo guardo senza parlare e gli indico lo stereo.
«Fela Kuti, amico», mi fa sorridendo.
Fela Kuti, mi ripeto addosso. Fela Kuti. Musica strana questa, ritmi africani e trombe, sax e tutto il resto. Contaminazione pura, dalla tribù africana ai locali notturni di New York. Dai locali notturni di New York alla tribù africana. Andata e ritorno. La musica mi tiene compagnia, il tempo passa via più veloce per fortuna. All’inizio è tutto facile ma dopo quasi quattro ore ho le braccia che mi bruciano e mi fanno un male cane. Non c’è neanche il tempo per pisciare perché i camion vanno riempiti per i mercati, siamo in ritardo ci urlano. Stringo i denti e faccio quello che mi chiedono. Dopo un po’ finiamo e mi pagano. Tutto in nero naturalmente ma che mi frega.
A quelle cose ci tieni quando hai soldi in tasca e pensi al futuro. Io faticavo a pensare al presente, figurasi al futuro. Il tipo del mattino si avvicina e mi fa «domani vieni? Mario mi ha detto che sei un suo amico e di tenerti fuori dalla rotazione».
«Io verrei, ho bisogno di lavorare. Cos’è la rotazione?».
«Se vieni non c’è bisogno che tu sappia altro. Alle 5 precise davanti alla porta di metallo. Ti saluto».
Dopo qualche giorno l’africano dello stereo mi ha spiegato che non sempre fanno lavorare le stesse persone. Ma le ruotano. In questo modo quelli che vengono lo fanno quando ne hanno davvero bisogno per mangiare, così non ci sono mai storie se c’è da caricare più roba e fare più tardi.
Anche nella merda di quel periodo potevo dirmi un privilegiato allora. Delle volte si è fortunati senza rendersene conto. Naturalmente, come sempre, è tutto relativo.
Ricevetti una lettera a casa. Una tipa mi diceva che aveva letto il romanzo e diversi miei racconti, sia cose pubblicate negli anni passati che in Rete. Mi diceva che si eccitava a leggermi, che era bella e che voleva scoparmi. Ma non era questa la novità. Non avevo mai ricevuto una lettera a casa, ma sempre via email o al limite attraverso la casa editrice. Non sapevo come, ma si era data da fare neanche poco per trovare il mio indirizzo. La cosa mi piaceva, dimostrava dedizione. E la dedizione è sempre presagio di cose interessanti.
Le risposi. Avevo bevuto quella sera e scrissi parecchie cose strane. Del tipo che il sesso era la mia lingua preferita e che se non bevevo troppo e c’era la chimica giusta ero il più grande scopatore d’Europa. Chissà perché specificai d’Europa. L’alcol ti lascia poca possibilità di essere razionale e ragionevole. Per fortuna. Naturalmente chiesi una sua fotografia. Avrai delle fotografie in cui possa vedere che sei bella come dici? Glielo chiesi tre o quattro volte. La mattina seguente, con la testa ancora in ebollizione dalla sbronza, spedii la lettera. Dopo due giorni avevo sul tavolino 10 belle polaroid. Aveva 22 anni. Capelli lunghi, neri, con ciocche blu notte e piercing ai capezzoli e sulla lingua. Era piccola ma ben fatta. Magra ma con un bel seno e un bel culo. Alcune foto erano erotiche, altre meravigliosamente oscene. A 22 anni era femmina come poche. Forse lo era da bambina, lo era sempre stata. Ce ne sono di donne così. Di femmine così.
«Pronto…».
«Claudia sono M.C.».
«Ah, ciao. Hai già ricevuto le mie foto. Ti sembro carina e da scopare?».
«Be’, è tutto così semplice che mi sembra troppo bello».
«Vedi? Mi piaci, lo sapevo. Non sbaglio mai».
«Perché me lo dici?».
«Non fai il duro».
«Non sono un duro».
«Ammetterlo è bello e poi non credo che esistano davvero i duri».
«Hum».
«Ho tutta una teoria su questo argomento, un giorno ne parleremo. Ti sono piaciute le fotografie? Le ho scattate da sola, ho fatto il possibile, ma credo non siano venute così male».
«Sei molto sexy e mi ci sono già divertito sopra un paio di volte stamattina».
«Ah ah ah, era quello che speravo. Scommetto che sei venuto con quella della bottiglia e le calze nere».
«Esattamente con quella, sei una strega?».
Abitava a Roma nord. In meno di un ora ero a casa sua. Il gioco era che faceva la puttana. Voglio dire sono entrato con una bottiglia e lei era in mutandine. Si muoveva come una bambina. Ogni tanto si leccava un dito facendo finta di pensare. Giocava. Aveva deciso di vivere e giocare e godere e scoprire, provare. È bello quando incroci una donna così. Parlammo un poco poi spense la luce e si sfilò le mutandine. Aveva un corpo fantastico. Già ho detto magro e ben fatto, e profumava di sesso. Un leggera peluria sotto ascelle e tra le cosce. Il suo profumo, il suo odore dovrei dire, mi fece andare fuori di testa. Glielo dissi. Mi faceva sentire un’animale.
Le spinsi la testa sulle mie palle e lei prese a leccare e succhiare rumorosamente. Voleva essere vistosa, sguaiata, puttana. Recitava bene la parte, sembrava di essere dentro un film porno. Visto che era magra e leggera la girai, poi l’alzai. La presi e la misi a sedere sul tavolino rosso della cucina. La prima volta glielo ficcai proprio lì. Mi piaceva molto quell’arredamento. Tutto rosso laccato, cromato, divertente. Giocavamo a non venire, a non godere, presi da una eccitazione barbara.
«Cazzo, quanto sei troia».
«Come le femmine dei tuoi racconti. Voglio essere la più troia Massimo. Come le tue mulattine».
«Sei sulla buona strada, ma devi ancora darci sotto».
«Siamo all’antipasto, non mi sono mai sentita così piena di voglia. Così in calore».
Dio che bello scrivere. Avrei dovuto cercare di pubblicare molti anni prima di quanto avessi fatto. Avrei dovuto scrivere di più. Dovevo darmi una regola. Scrivere dieci pagine al giorno per tutta la vita. C’avrei scopato fino al giorno del mio funerale. Sì, dovevo fare così. Magari qualche mia lettrice m’avrebbe fatto un pompino disteso nella bara. Ottimo.
Pensavo a questo mentre la spingevo da dietro. Pensavo a quante belle ragazzine ventenni mi sarei potuto scopare. Se non è immortalità questa è un bel surrogato. Insomma, scopammo per parecchie ore. Due volte nel pomeriggio ed una lunghissima durante la notte. Al mattino ero in doccia e volle infilarsi nel box con me. S’inginocchiò e con la bocca piena di bagnoschiuma prese a farmi eccitare. Quando era duro al punto giusto se lo ficcò profondo. Io la tenevo per i fianchi. Era poggiata al vetro della doccia mentre facevo avanti e dietro. Poi gridò che stava per venire e che non avrei dovuto smettere di scoparla per niente al mondo. Mi fece giurare. Giurai. Mentre cominciò a gemere per il piacere prese a pisciare. Ero là col cazzo che entrava e usciva da quella fichetta giovane e stretta, piena di schiuma… che prese a pisciare come una pazza. Godeva senza vergogna. Mi piacciono le donne che non hanno pudori. Godere è la più grande aspirazione di un essere umano. Quel gesto di liberarsi mentre raggiungeva l’orgasmo la faceva sentire bene. Credo che amplificasse il piacere sessuale con una trasgressione totale. Mentre urlava presi a sputarle sulla lingua, nella bocca aperta, sempre mentre spingevo dico. Andò fuori di testa. Ed io con lei.
C’asciugammo alla meglio e la spinsi sul letto. Ero duro. Mi faceva quasi male per quanto era duro. Ma sono lungo a venire e cercavo di sfruttare al massimo quella follia di piacere, quello spettacolino niente male che avevamo messo su. La misi a pecorina. Poi difronte con le caviglie fini sulle mie spalle. Si faceva fare di tutto senza parlare. Gemeva solo. Gemeva di continuo. Poi al momento giusto la gettai letteralmente sul letto. Mi sedetti sul suo petto bloccandola col peso del corpo, con le dita della mano sinistra le spalancai la bocca. Con l’altra mano diedi l’ultimo tocco al cazzo che tirò fuori tutto lo sperma della notte. Lo diressi esattamente in bocca, dalla lingua le scivolava lento e cremoso verso la gola. Ingoiò tutto fissandomi negli occhi.
Poi le chiesi delle uova per colazione.
Capitolo primo
Orde di femmine infelici invadono la mia anima
«Ben poche sono le donne oneste che non siano stanche di questo ruolo.»
Nietzsche
1.
In quei giorni ero occupato ad allenare tutto il mio cinismo.
Le Borse crollavano, la gente perdeva il lavoro, ed io ero stufo di dire sempre buongiorno e buonasera. Buongiorno e buonasera un cazzo. Quelle sono cose che vanno bene quando anche gli altri le fanno. Ma se sei costretto a vivere in un mondo di squali che vogliono fregarti è meglio far vedere a tutti che hai intenzione di difenderti. Già questo basta per salvarti il culo, almeno molto spesso è così. È una grande bugia che tutti abbiano voglia di menare le mani, quasi sempre cercano lo stupido di turno, il debole, il fragile. Questo è un pianeta di schiavi, e chi è davvero forte non si sporca le mani con la melma.
L’azienda dove lavoravo aveva chiuso, così mi davo da fare come meglio potevo.
Trovavo solo dei lavori temporanei e mal pagati, cercavo di tirare avanti in qualche modo. La mia generazione si era risparmiata le bombe ma ora doveva vedersela con la grande crisi della Finanza. Così: con la f maiuscola, la Finanza. Tipo una malattia, una pandemia del cavolo che colpisce ogni angolo del pianeta. Una malattia mortale che arriva con i suoi virus maledetti fin dentro il cortile di casa. C’è sempre qualcosa a livello mondiale che ti spinge nella fogna, è una regola. Prima sono state la lebbra, la carestia, la religione, le guerre mondiali, le ideologie. Ora la Finanza e tutta quella roba là. C’è solo che da stringere i denti e inventarsi qualcosa.
Delle volte capita che vivi per anni in un modo che trovi tutto d’un tratto patetico. Allora ti prendi a schiaffi e cerchi di cambiare. Una tigre mi dicevo sempre, dovevo diventare una tigre. Tutta muscoli e rabbia. Muscoli nell’anima intendo, e rabbia vera. Rabbia di chi se ne fotte di tutto e tutti. Ecco la soluzione. Il resto non conta, o conta poco. Una tigre, mi ripetevo. E appunto tutta quella roba dell’educazione, le buone maniere e le buone letture, la classe, la gentilezza, resta una stronzata da civiltà in pieno sviluppo. Quando il mondo ti sta per crollare sotto i piedi quello che conta è sopravvivere. Perché sopravvivere è l’unico modo per manifestare la nostra intelligenza e qualsiasi forma di qualità, se ce l’abbiamo. È la natura umana questa, non cito nessuna stupida filosofia da instant book. Sopravvivere è un dovere.
Ero già uno scrittore niente male, anche se non lo sapeva quasi nessuno. (Mi piace sempre scriverlo, così qualcuno lo convincerò prima o poi). Avevo due o tre romanzi nel cassetto, ma nessuna voglia di sistemarli e iniziare la lotta per cercare un editore. Uno me lo avevano già pubblicato, comunque. Naturalmente il più brutto che avessi mai scritto.
Quel romanzo però era pieno di rabbia, di alcol e di puttane sudamericane. In questi casi lo trovi sempre un editore. Poi aveva venduto parecchio per essere una pubblicazione quasi amatoriale e c’avevo rimediato diverse donne. Zero soldi dico, niente di niente, ma qualche buona recensione e diverse donne, questo sì. Era stato facile e quasi automatico.
Leggevano le mie storie e confondevano l’autore col protagonista. Che pacchia quando capita. Confondevano l’autore col protagonista, e visto che il protagonista era infelice, sempre incazzato, e scopava che era una meraviglia, quelle donne cominciavano a scrivermi e a fare le maliziose. Qualcuna ci metteva una foto nella lettera. Altre erano più sfacciate e dicevano di aver voglia di conoscere un uomo capace di leccarle come raccontavo nel libro. Bastava scrivere in prima persona ed era fatta. Difatti non scrivo in altro modo, ma non è solo questo il motivo. Insomma, loro confondevano l’autore col protagonista e si offrivano a me: carne e anima. Saldi al 100%. Facevo affari d’oro nel mercato delle illusioni e del sesso triste. Lo so quello che state pensando. Sembra la trama di un film erotico di serie B, oppure la semplice manifestazione delle mie manie di grandezza. Ma è tutto vero. Tutto vero, dico. Posso usare parole forti ma quello che scrivo è tutto vero, la fantasia letteraria la lascio agli scrittori pieni di robaccia nella testa. Io parlo d’altro e scrivo d’altro. È così tanta la vita che mi gira intorno che basta allungare una mano e prenderla. Ci sono storie da raccontare ogni volta che cammino per strada o vado al bar a prendere un bicchiere. Ogni volta che mi sveglio e che parlo con qualcuno. Perché mai dovrei inventare storie finte e incredibili? Non ci penso proprio, sono stufo marcio della fantasia.
Anche con questo libro conoscerò delle donne. Anche con questo qualcuna si sfilerà le mutandine per vivere in un romanzo. Perché magari nel prossimo che scriverò parlerò di lei. Di come le piace essere presa, di quello che dice a letto, di quante volte vuole farlo in una notte. L’unico sforzo di fantasia che mi concedo è quello delle ambientazioni e dei nomi. Li cambio ogni volta, e metto culo e anima al sicuro. Già ho troppe questioni aperte con avvocati, fisco e tribunali.
Dicevo che mangiavo pane e cinismo, ero al verde e con l’autostima sotto le scarpe, quindi quelle donne le ho incontrate. Non avevo la forza per cercare di meglio, e me le sono fatte bastare. Quasi con tutte ci sono finito a letto, ma non era merito mio. Mi piacerebbe poter dire il contrario, ho un ego anche io cosa credete. Eccome se mi piacerebbe, ma non è così. Io a conti fatti non c’entravo nulla. Loro si erano già fatte un’idea di me leggendo il libro, e le donne sono dure a cambiare idea. Per fortuna sono più cerebrali degli uomini, e qualche volta la cosa si rende utile e tremendamente piacevole. Qualche volta.
Quando le incontravo erano pronte per il sesso, contava poco che fossi uno degli uomini più brutti che gli avesse infilato le mani nelle mutandine. Questi sono dettagli per una femmina. Erano pronte perché con me vivevano nel romanzo, diventavano protagoniste di qualche pagina e si muovevano libere e senza censure. Non so se fosse solo esibizionismo o semplice voglia di vivere un’avventura. So solo che loro ne erano eccitate e felici. Poi m’importava poco di comprenderne il motivo. So essere superficiale quando essere superficiale ha dei vantaggi così evidenti.
Con una donna di queste la storia è durata quasi sei mesi. Dovevo ancora pubblicare il primo romanzo, ma lei aveva letto alcuni miei racconti ambientati a Cuba. Le era capitata per le mani una pubblicazione di letteratura erotica dove di tanto in tanto scrivo qualcosa, e poi avevo letto il mio blog. Allora mi ha mandato una lettera. Diceva che ero un maschilista, un misogino felice. In sostanza uno stronzo bello e buono. Un misogino felice, quella definizione mi piaceva e mi calzava a pennello. Misogino felice, suona anche bene. Non è vero?
Era evidente come il sole che aveva un pazzesco bisogno di un maschio che si prendesse cura di lei. Glielo scrissi, ma senza voler essere sgarbato o per chissà quale strategia. Ero troppo stanco e depresso per sviluppare qualsiasi tattica. Per un po’ sparì dalla mia corrispondenza. Poi, dopo un paio di mesi o giù di lì, mi scrisse che era a Roma e se volevo incontrarla. Sulle prime tentennai. Ero senza una donna da un po’ di tempo e non è che stessi impazzendo dalla voglia di ricominciare. Quando le mie storie finivano se le donne non le facevo soffrire io erano loro che lo facevano con me. Era sempre così. La sofferenza e le liti e l’amarezza come una regola aurea. Non ero in vena insomma, e lo conoscevo bene quel tipo di femmina che scrive a uno sconosciuto piena di voglia di godere del mistero. Sì, del mistero. Le donne ne hanno un costante bisogno. Si cibano del mistero, si eccitano col mistero. Non conoscere a fondo un uomo scatena in loro le fantasie più pazzesche che si possano immaginare. E allora ci danno sotto con le ipotesi e i sogni, creano universi di possibilità e disegnano non so quanti futuri possibili e bizzarri. Il mistero è fondamentale e va conservato, sempre. Prima lezione.
Ma poi ci ripensai, ed uscimmo. Lidia era sensuale, non bellissima, ma provocante al punto giusto. Un po’ grossa di fianchi, ma tette e culo si facevano guardare. Teneva sulla faccia quel muso arrabbiato da femminista impegnata, ma voleva solo finire a letto. Per poco non ci cacciarono dal ristorante. Le stavo continuamente con le mani sul seno, tra le gambe, e con le labbra sul collo. Lei mi lasciava fare, altro che misogino felice. Abbiamo tutti bisogno di una persona che voglia venire a letto con noi. Questa necessità è quasi più forte del desiderio di portarci a letto qualcuno. Il risultato può sembrare lo stesso, ma non ne sono poi così sicuro.
Usciti dal ristorante mi venne in mente una grande idea. Lei aveva un lungo cappotto di pelle che le arrivava quasi alle caviglie. Con la scusa di abbracciarla e baciarla c’avevo infilato un braccio dentro al cappotto e da lì mi ero fatto strada sino alle mutandine. Allora ce ne stavamo in piedi, poco fuori dal ristorante di viale Marco Polo, con le persone che senza sosta entravano e uscivano. La gente vedeva solo due tizi abbracciati che ci davano sotto a baciarsi. In realtà lei ogni tre o quattro minuti mi veniva sulle dita. Sì, io stavo là con la mano immersa nella sua fichetta impegnata e impregnata. Salutai anche un tipo, e sempre mentre la facevo divertire giocando con la clitoride. Poi andammo da me.
Lidia mi chiedeva spesso come avessi potuto scrivere dei racconti così dettagliati senza averlo fatto davvero quel tipo di sesso sfrenato. E se davvero mi piacevano così tanto le mulatte, e se era così bello ubriacarsi di rum bevuto bocca a bocca, e altro e altro ancora. Mio dio quanto parlava. Il libro lo aveva esaminato pagina per pagina, studiato a capitoli, forse imparandolo a memoria. Dava l’impressione di saperne più di me, ma non fu l’unica a farmi questo effetto. Io scrivo ma poi mica sto a leggermi di continuo, anzi è una cosa che mi fa schifo fare. Tra noi durò così tanto perché viveva a Milano. Ci vedevano ogni quindici giorni e la cosa funzionava a meraviglia. Passavamo interi weekend a letto. A mangiare, leggere, scopare. Se i matrimoni fossero tutti così, a distanza dico, nessuno divorzierebbe e tutti sarebbero più felici e rilassati.
Era bello stare insieme ed aver saltato per intero il periodo in cui le avrei dovuto far la corte. Quelle sono stronzate che tutti gli uomini detestano, e per fortuna anche qualche donna intelligente. C’eravamo conosciuti per solitudine e tutto quello che di buono ci sarebbe stato lo avremmo accettato come un regalo. La cosa funzionava, andava alla grande. Senza quell’ansia di doverle dimostrare chissà cosa… a letto facevo faville. Mi ricordo la sua buona pizza fatta in casa, le tagliatelle con carciofi e gamberetti, i pompini davanti al telegiornale. Poi naturalmente rovinò tutto. Cominciò a programmare una vacanza estiva coi genitori. Così, solo per farmeli conoscere, mi disse. E io trovai una scusa per farmi lasciare. Ne ho così tante che davvero potrei scriverci un manuale. E forse un giorno lo farò. Il manuale delle scuse per farsi lasciare da una donna. Sul titolo devo lavorarci ancora però.
Io scrivo di donne da sempre. Scrivo di quelle realmente conosciute e di quelle sognate. Da sempre dico, e non ho mai smesso. Non so bene cosa ci trovi di così bello nel farlo, so solo che mi piace e allora lo faccio senza stare a pensarci troppo. Da qualche anno ho preso le cose seriamente, ossia scrivo per gli altri. Perché a farlo per sé stessi sono capaci tutti e io mi ero rotto l’anima. Scrivere per gli altri ha un sapore diverso, ci vuole un po’ di coraggio, di pazzia, e di sano egocentrismo.
Da quando ho deciso di vedere le cose in un modo nuovo ho pubblicato un romanzo erotico ambientato all’Avana,
sono uscito in antologie e raccolte, ho prestato la mia attività di ghostwriter per diverse pubblicazioni, ho riempito i cassetti con tre romanzi pronti per la stampa. Comunque non ho smesso di scrivere in Internet, e ho avuto negli anni diversi blog di buon successo. Ma sempre di donne ho parlato e parlo. È come una droga, solo che mi fa bene all’anima. Più che droga una medicina dovrei dire.
Ultimamente mi hanno fatto notare che tutto quello che ho scritto e che scrivo fa di me un misogino. Ah, ho risposto. Non ci si rende mica conto da soli di essere un misogino. Non è come essere un serial killer oppure il numero uno del tennis mondiale. C’è bisogno di qualcuno che te lo dica. E me lo hanno detto. Tante di quelle volte poi, e persone così diverse tra loro, che a questo punto ne sono convinto anche io. Sono ufficialmente un misogino.
Ma io non odio le donne, solo che non ho di loro una grande opinione. In realtà non ho una grande opinione neanche degli uomini. Diciamo che non me la cavo bene con gli esseri umani in generale. Ma parlando solo di donne, scrivendo solo di donne, divento un misogino. Misteri della logica.
Malgrado tutto questo mi piace trovare delle persone interessanti e parlare e bere con loro. Solo che ce ne sono così poche. Sono tutti alle prese con la fogna della propria vita da trovare necessario condividere con gli altri solo il dolore e la tristezza. Ne abbiamo già in proprio di merda da mandare giù, e basta e avanza. Però ognitanto delle persone decenti le trovo, mi capita incrociarle e mi piace parlarci. Se poi sono donne mi piace scoparle, o almeno pensare di poterlo fare. Che c’è di strano? È quello che sognano tutti gli uomini. SCO-PA-RE. Se qualcuna è anche simpatica e gradevole, è bello starci insieme del tempo e tutte quelle cose là… ma il top dell’interesse resta portarle a letto e divertirsi. Questo vale per me, per i laureati in filosofia, per i medici chirurghi, per gli operai, per gli avvocati penalisti, per i baristi, per gli elettricisti, gli attaccanti della nazionale, i poeti polacchi, gli idraulici e così via. Vale per tutti. A fare in culo l’ipocrisia per favore. Qua dentro non c’è spazio per l’ipocrisia, è tutta vita vera questa.
Prima, come tutti, cercavo donne tra le conoscenze degli amici e nel mondo che avevo intorno. Era la cosa più naturale e semplice. Le cercavo nei locali, in palestra, nei villaggi vacanze, sulle spiagge, in montagna. Ma poi ho cambiato idea e strategia. Era tutto dispersivo e faticoso, la percentuale di successo troppo bassa. Ora le trovo grazie a quello che pubblico, grazie a Internet, ai blog, ai forum, a facebook. Ho cambiato punto di vista. Non vado a cercarle, mi faccio trovare. Io mi limito a scrivere le mie storie erotiche e misogine e loro mi chiamano. Mi contattano. Trovano l’email, il telefono, qualcuna addirittura l’indirizzo di casa. Mi offendono. Mi amano. Mi detestano. E molte di loro riesco a portarmele a letto. Naturalmente quelle che hanno deciso che io debba farlo. Ma a me va bene così. Mica voglio vincere nessuna guerra. Io voglio solo vivere, bere qualche buon bicchiere e trovare delle femmine decenti di tanto in tanto. Non ho nessuna altra aspirazione. Non credo alle aspirazioni e ai progetti a lungo termine. Mi disgustano e mi spaventano.
In questo libro c’ho messo solo qualcuna delle donne che ho trovato grazie al primo romanzo e ai racconti. Solo qualcuna. Neanche le migliori o le peggiori. Le classifiche mi fanno schifo. Le ho scelte a caso potrei dire. Le ho scelte mosso dal ricordo e dal tentativo di tirare fuori una trama coerente, almeno ragionevolmente coerente. Ma di donne ce ne sono molte altre. Quelle che racconto in queste pagine non sono altro che quelle che ho frequentato durante pochi mesi della mia vita. Ma sia chiaro non ho potuto dire davvero tutto. Sia per questioni di spazio che di gusto. L’editore mi ha detto di muovermi nell’erotismo e di lasciare stare la pornografia. Mica sono Bukowski io, lui poteva fare come cazzo gli pareva. Io ci proverò a fare il bravo, ma la vita è pornografica mica erotica.
Con alcune delle donne che ho conosciuto grazie ai miei racconti c’ho vissuto anni, con altre (la maggior parte) sono state storie di poche settimane. Storie tra un uomo e una donna all’insegna del sesso e della compagnia. Viviamo in una epoca triste e non faccio retorica. Le donne sono emancipate, indipendenti, forti… ma al tempo stesso abbandonate, divorziate, e sole. È facile trovarle, è facile per un po’ innamorarsi di loro e farsi voler bene. Poi tutto si sfascia, quasi sempre è così. Ma almeno si è vissuto, e cosa ci resterebbe sennò dell’esistenza?
Mi piace raccontare delle donne, dicevo. Mi piace raccontare come riesco a scoparle o come non ce la faccio se bevo. E spesso capita, sono schiavo delle mie passioni purtroppo. Mi piace dire come le ho conosciute e quali giochini preferiscono fare a letto. Sono così e loro lo sanno. Solo con una c’ho litigato. Se l’è presa perché ho narrato nel dettaglio quello che facevamo insieme, e poi l’ho pubblicato in un libro. Ma lei mi aveva conosciuto nello stesso modo. Eccitandosi leggendo alcuni dei miei racconti erotici ambientati a Cuba. Cosa diavolo voleva? Cosa diavolo pretendeva? (Questo è un avviso a ben vedere, mie care lettrici).
Io sono così e lo so. Un misogino, un maschilista, un sessista. Ma è la mia natura, non lo nascondo. Sono coerente in questo, sono di facile lettura e senza inganno. Non mi piace l’inganno. Se c’è un genere che odio davvero è quello delle donne che fanno le troie se gli conviene, per poi atteggiarsi a educande in pieno voto di castità. O l’una o l’altra. Le due strade non si possono percorrere nello stesso momento. Io preferisco le troie, sia chiaro, perché sono donne che hanno scelto di vivere. Mica è una scelta facile. È più semplice mettere il culo al caldo e la testa nella sabbia. Vivere richiede coraggio e forza, non è per tutti.
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