1. allenare il cinismo

17 05 2009

Capitolo primo
Orde di femmine infelici invadono la mia anima

«Ben poche sono le donne oneste che non siano stanche di questo ruolo.»
Nietzsche

1.
In quei giorni ero occupato ad allenare tutto il mio cinismo.
Le Borse crollavano, la gente perdeva il lavoro, ed io ero stufo di dire sempre buongiorno e buonasera. Buongiorno e buonasera un cazzo. Quelle sono cose che vanno bene quando anche gli altri le fanno. Ma se sei costretto a vivere in un mondo di squali che vogliono fregarti è meglio far vedere a tutti che hai intenzione di difenderti. Già questo basta per salvarti il culo, almeno molto spesso è così. È una grande bugia che tutti abbiano voglia di menare le mani, quasi sempre cercano lo stupido di turno, il debole, il fragile. Questo è un pianeta di schiavi, e chi è davvero forte non si sporca le mani con la melma.
L’azienda dove lavoravo aveva chiuso, così mi davo da fare come meglio potevo. P1060277Trovavo solo dei lavori temporanei e mal pagati, cercavo di tirare avanti in qualche modo. La mia generazione si era risparmiata le bombe ma ora doveva vedersela con la grande crisi della Finanza. Così: con la f maiuscola, la Finanza. Tipo una malattia, una pandemia del cavolo che colpisce ogni angolo del pianeta. Una malattia mortale che arriva con i suoi virus maledetti fin dentro il cortile di casa. C’è sempre qualcosa a livello mondiale che ti spinge nella fogna, è una regola. Prima sono state la lebbra, la carestia, la religione, le guerre mondiali, le ideologie. Ora la Finanza e tutta quella roba là. C’è solo che da stringere i denti e inventarsi qualcosa.
Delle volte capita che vivi per anni in un modo che trovi tutto d’un tratto patetico. Allora ti prendi a schiaffi e cerchi di cambiare. Una tigre mi dicevo sempre, dovevo diventare una tigre. Tutta muscoli e rabbia. Muscoli nell’anima intendo, e rabbia vera. Rabbia di chi se ne fotte di tutto e tutti. Ecco la soluzione. Il resto non conta, o conta poco. Una tigre, mi ripetevo. E appunto tutta quella roba dell’educazione, le buone maniere e le buone letture, la classe, la gentilezza, resta una stronzata da civiltà in pieno sviluppo. Quando il mondo ti sta per crollare sotto i piedi quello che conta è sopravvivere. Perché sopravvivere è l’unico modo per manifestare la nostra intelligenza e qualsiasi forma di qualità, se ce l’abbiamo. È la natura umana questa, non cito nessuna stupida filosofia da instant book. Sopravvivere è un dovere.
Ero già uno scrittore niente male, anche se non lo sapeva quasi nessuno. (Mi piace sempre scriverlo, così qualcuno lo convincerò prima o poi). Avevo due o tre romanzi nel cassetto, ma nessuna voglia di sistemarli e iniziare la lotta per cercare un editore. Uno me lo avevano già pubblicato, comunque. Naturalmente il più brutto che avessi mai scritto.
Quel romanzo però era pieno di rabbia, di alcol e di puttane sudamericane. In questi casi lo trovi sempre un editore. Poi aveva venduto parecchio per essere una pubblicazione quasi amatoriale e c’avevo rimediato diverse donne. Zero soldi dico, niente di niente, ma qualche buona recensione e diverse donne, questo sì. Era stato facile e quasi automatico.
Leggevano le mie storie e confondevano l’autore col protagonista. Che pacchia quando capita. Confondevano l’autore col protagonista, e visto che il protagonista era infelice, sempre incazzato, e scopava che era una meraviglia, quelle donne cominciavano a scrivermi e a fare le maliziose. Qualcuna ci metteva una foto nella lettera. Altre erano più sfacciate e dicevano di aver voglia di conoscere un uomo capace di leccarle come raccontavo nel libro. Bastava scrivere in prima persona ed era fatta. Difatti non scrivo in altro modo, ma non è solo questo il motivo. Insomma, loro confondevano l’autore col protagonista e si offrivano a me: carne e anima. Saldi al 100%. Facevo affari d’oro nel mercato delle illusioni e del sesso triste. Lo so quello che state pensando. Sembra la trama di un film erotico di serie B, oppure la semplice manifestazione delle mie manie di grandezza. Ma è tutto vero. Tutto vero, dico. Posso usare parole forti ma quello che scrivo è tutto vero, la fantasia letteraria la lascio agli scrittori pieni di robaccia nella testa. Io parlo d’altro e scrivo d’altro. È così tanta la vita che mi gira intorno che basta allungare una mano e prenderla. Ci sono storie da raccontare ogni volta che cammino per strada o vado al bar a prendere un bicchiere. Ogni volta che mi sveglio e che parlo con qualcuno. Perché mai dovrei inventare storie finte e incredibili? Non ci penso proprio, sono stufo marcio della fantasia.
Anche con questo libro conoscerò delle donne. Anche con questo qualcuna si sfilerà le mutandine per vivere in un romanzo. Perché magari nel prossimo che scriverò parlerò di lei. Di come le piace essere presa, di quello che dice a letto, di quante volte vuole farlo in una notte. L’unico sforzo di fantasia che mi concedo è quello delle ambientazioni e dei nomi. Li cambio ogni volta, e metto culo e anima al sicuro. Già ho troppe questioni aperte con avvocati, fisco e tribunali.
Dicevo che mangiavo pane e cinismo, ero al verde e con l’autostima sotto le scarpe, quindi quelle donne le ho incontrate. Non avevo la forza per cercare di meglio, e me le sono fatte bastare. Quasi con tutte ci sono finito a letto, ma non era merito mio. Mi piacerebbe poter dire il contrario, ho un ego anche io cosa credete. Eccome se mi piacerebbe, ma non è così. Io a conti fatti non c’entravo nulla. Loro si erano già fatte un’idea di me leggendo il libro, e le donne sono dure a cambiare idea. Per fortuna sono più cerebrali degli uomini, e qualche volta la cosa si rende utile e tremendamente piacevole. Qualche volta.
Quando le incontravo erano pronte per il sesso, contava poco che fossi uno degli uomini più brutti che gli avesse infilato le mani nelle mutandine. Questi sono dettagli per una femmina. Erano pronte perché con me vivevano nel romanzo, diventavano protagoniste di qualche pagina e si muovevano libere e senza censure. Non so se fosse solo esibizionismo o semplice voglia di vivere un’avventura. So solo che loro ne erano eccitate e felici. Poi m’importava poco di comprenderne il motivo. So essere superficiale quando essere superficiale ha dei vantaggi così evidenti.
Con una donna di queste la storia è durata quasi sei mesi. Dovevo ancora pubblicare il primo romanzo, ma lei aveva letto alcuni miei racconti ambientati a Cuba. Le era capitata per le mani una pubblicazione di letteratura erotica dove di tanto in tanto scrivo qualcosa, e poi avevo letto il mio blog. Allora mi ha mandato una lettera. Diceva che ero un maschilista, un misogino felice. In sostanza uno stronzo bello e buono. Un misogino felice, quella definizione mi piaceva e mi calzava a pennello. Misogino felice, suona anche bene. Non è vero?
Era evidente come il sole che aveva un pazzesco bisogno di un maschio che si prendesse cura di lei. Glielo scrissi, ma senza voler essere sgarbato o per chissà quale strategia. Ero troppo stanco e depresso per sviluppare qualsiasi tattica. Per un po’ sparì dalla mia corrispondenza. Poi, dopo un paio di mesi o giù di lì, mi scrisse che era a Roma e se volevo incontrarla. Sulle prime tentennai. Ero senza una donna da un po’ di tempo e non è che stessi impazzendo dalla voglia di ricominciare. Quando le mie storie finivano se le donne non le facevo soffrire io erano loro che lo facevano con me. Era sempre così. La sofferenza e le liti e l’amarezza come una regola aurea. Non ero in vena insomma, e lo conoscevo bene quel tipo di femmina che scrive a uno sconosciuto piena di voglia di godere del mistero. Sì, del mistero. Le donne ne hanno un costante bisogno. Si cibano del mistero, si eccitano col mistero. Non conoscere a fondo un uomo scatena in loro le fantasie più pazzesche che si possano immaginare. E allora ci danno sotto con le ipotesi e i sogni, creano universi di possibilità e disegnano non so quanti futuri possibili e bizzarri. Il mistero è fondamentale e va conservato, sempre. Prima lezione.
Ma poi ci ripensai, ed uscimmo. Lidia era sensuale, non bellissima, ma provocante al punto giusto. Un po’ grossa di fianchi, ma tette e culo si facevano guardare. Teneva sulla faccia quel muso arrabbiato da femminista impegnata, ma voleva solo finire a letto. Per poco non ci cacciarono dal ristorante. Le stavo continuamente con le mani sul seno, tra le gambe, e con le labbra sul collo. Lei mi lasciava fare, altro che misogino felice. Abbiamo tutti bisogno di una persona che voglia venire a letto con noi. Questa necessità è quasi più forte del desiderio di portarci a letto qualcuno. Il risultato può sembrare lo stesso, ma non ne sono poi così sicuro.
Usciti dal ristorante mi venne in mente una grande idea. Lei aveva un lungo cappotto di pelle che le arrivava quasi alle caviglie. Con la scusa di abbracciarla e baciarla c’avevo infilato un braccio dentro al cappotto e da lì mi ero fatto strada sino alle mutandine. Allora ce ne stavamo in piedi, poco fuori dal ristorante di viale Marco Polo, con le persone che senza sosta entravano e uscivano. La gente vedeva solo due tizi abbracciati che ci davano sotto a baciarsi. In realtà lei ogni tre o quattro minuti mi veniva sulle dita. Sì, io stavo là con la mano immersa nella sua fichetta impegnata e impregnata. Salutai anche un tipo, e sempre mentre la facevo divertire giocando con la clitoride. Poi andammo da me.
Lidia mi chiedeva spesso come avessi potuto scrivere dei racconti così dettagliati senza averlo fatto davvero quel tipo di sesso sfrenato. E se davvero mi piacevano così tanto le mulatte, e se era così bello ubriacarsi di rum bevuto bocca a bocca, e altro e altro ancora. Mio dio quanto parlava. Il libro lo aveva esaminato pagina per pagina, studiato a capitoli, forse imparandolo a memoria. Dava l’impressione di saperne più di me, ma non fu l’unica a farmi questo effetto. Io scrivo ma poi mica sto a leggermi di continuo, anzi è una cosa che mi fa schifo fare. Tra noi durò così tanto perché viveva a Milano. Ci vedevano ogni quindici giorni e la cosa funzionava a meraviglia. Passavamo interi weekend a letto. A mangiare, leggere, scopare. Se i matrimoni fossero tutti così, a distanza dico, nessuno divorzierebbe e tutti sarebbero più felici e rilassati.
Era bello stare insieme ed aver saltato per intero il periodo in cui le avrei dovuto far la corte. Quelle sono stronzate che tutti gli uomini detestano, e per fortuna anche qualche donna intelligente. C’eravamo conosciuti per solitudine e tutto quello che di buono ci sarebbe stato lo avremmo accettato come un regalo. La cosa funzionava, andava alla grande. Senza quell’ansia di doverle dimostrare chissà cosa… a letto facevo faville. Mi ricordo la sua buona pizza fatta in casa, le tagliatelle con carciofi e gamberetti, i pompini davanti al telegiornale. Poi naturalmente rovinò tutto. Cominciò a programmare una vacanza estiva coi genitori. Così, solo per farmeli conoscere, mi disse. E io trovai una scusa per farmi lasciare. Ne ho così tante che davvero potrei scriverci un manuale. E forse un giorno lo farò. Il manuale delle scuse per farsi lasciare da una donna. Sul titolo devo lavorarci ancora però.


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6 risposte

17 05 2009
Diemme

Beh, potresti intitolarlo “Come non prendersi responsabilità”.

Troppo banale? Allora prova “Per una volta faccio come gli altri”.

Oppure “E speriamo che sia permalosa, o almeno piena di dignità”

Se mi viene in mente qualche altra cosa ripasso!

17 05 2009
Diemme

Ho trovato!

Che te ne pare di “Lei, speriamo che se la tiri”, sottotitolo “Mille e un modo per riprendersi la propria libertà salvando la faccia”?

A me pare possa andare…

17 05 2009
diariodiunmisogino

Ci devi lavorare ancora un po’, temo

17 05 2009
Diemme

Scusa, il libro è tuo, perché ci devo lavorare io? ;)

L’ho buttata lì, l’dea è gratis, se ti piace la prendi, se non ti piace la lasci.

17 05 2009
diariodiunmisogino

allora diciamo che puoi fare di meglio

18 05 2009
Diemme

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