2. ti sembro carina e da scopare?

17 05 2009

2.
L’idea era quella di guadagnare qualche euro. Punto e a capo. Ero indietro con l’affitto, ma per fortuna il padrone di casa era un povero cristo che non me lo faceva pesare più di tanto. I soldi erano finiti però e per qualche mese sarebbe stata davvero dura. Fatto sta che un paio di giorni prima avevo incontrato questo Mario e c’eravamo riconosciuti. Eravamo vecchi compagni di scuola. Elementari, preti, scuole medie, roba così. Ora lavorava col padre. Erano i proprietari un’azienda alimentare e a vederlo di soldi ne aveva tanti. Bella macchina, orologio d’oro e tutto il resto. Era un cafone di prima categoria però, voglio dire parlava e si atteggiava come un boss della malavita. Ma gli avevo detto che stavo al verde e m’aveva rimediato un lavoro. Poteva bastarmi. Poi a lamentarsi o essere invidiosi è tutta fatica sprecata. Tutta energia mentale e fisica buttata nel cesso.2633553199_9b3ab59f33
Alle 5 del mattino fa un freddo niente male ma sono al deposito. Fuori ci saranno una ventina di uomini. Alcuni parlano tra loro, evidentemente si conoscono. Altri pensano solo a riscaldarsi le mani sfregandole l’una con l’altra. Fumo dalla bocca, piedi sbattuti in terra per muoversi un po’.  Dalla porta di metallo esce un tipo con una faccia da galera. Roba che a vederlo di notte rimpiangi di non avere una pistola carica in tasca. Viso butterato, aria arrogante. Si guarda intorno, ne scansa un paio col braccio, poi mi chiede il nome. Mi dice che mi aspettava, Mario lo aveva avvisato. Lascia tutti là fuori ed entriamo io e lui in un magazzino talmente grande che non ne vedo la fine. Luce gialla al neon e forse ancora più freddo che in strada. Mi indica la roba da caricare ed io inizio. Non si parla di soldi. Nel giro di qualche minuto vedo entrare gli altri uomini. Ci danno sotto senza che nessuno debba spiegargli nulla. Ci metto poco a capire che quella che sto caricando io è la merce più leggera. Cioè mi spacca le braccia ma è la merce più leggera. Ci sono negri africani, romeni, polacchi, albanesi, cinesi, che s’incollano scatole piene di barattoli dall’aria pesantissima.  È tutta gente che pesa il doppio di me, che è alta un tot più di me, comunque. Eccetto i cinesi.
A me invece hanno dato le scatole piccole, non posso sbagliare. Mi guardano strano ma per un momento, poi si danno da fare a caricare quello che hanno davanti. C’è un diavolo di razzismo anche tra i miserabili penso, però non apro bocca. Per una volta sono dalla parte giusta e me la godo.
Dopo un po’ un tipo nero come la pece accende uno stereo. È un cazzo di jazz africano, qualcosa del genere. Stiamo là a caricarci tutta quella roba senza parlare, la musica è ripetitiva e aiuta a non pensare. I muscoli si muovono al gelo, si scaldano nella fatica. Dopo un minuto puoi fischiare una qualsiasi di quelle canzoni. Il ritmo iniziale è quello che disegnerà tutta la melodia, e questo mi piace. Ogni tanto il negro ne canta un pezzo e ci scappa da ridere. Quel tipo ha l’aria simpatica e lavora duro, non si ferma neanche quando accenna qualche passo di danza africana. Lo guardo senza parlare e gli indico lo stereo.
«Fela Kuti, amico», mi fa sorridendo.
Fela Kuti, mi ripeto addosso. Fela Kuti. Musica strana questa, ritmi africani e trombe, sax e tutto il resto. Contaminazione pura, dalla tribù africana ai locali notturni di New York. Dai locali notturni di New York alla tribù africana. Andata e ritorno. La musica mi tiene compagnia, il tempo passa via più veloce per fortuna. All’inizio è tutto facile ma dopo quasi quattro ore ho le braccia che mi bruciano e mi fanno un male cane. Non c’è neanche il tempo per pisciare perché i camion vanno riempiti per i mercati, siamo in ritardo ci urlano. Stringo i denti e faccio quello che mi chiedono. Dopo un po’ finiamo e mi pagano. Tutto in nero naturalmente ma che mi frega.
A quelle cose ci tieni quando hai soldi in tasca e pensi al futuro. Io faticavo a pensare al presente, figurasi al futuro. Il tipo del mattino si avvicina e mi fa «domani vieni? Mario mi ha detto che sei un suo amico e di tenerti fuori dalla rotazione».
«Io verrei, ho bisogno di lavorare. Cos’è la rotazione?».
«Se vieni non c’è bisogno che tu sappia altro. Alle 5 precise davanti alla porta di metallo. Ti saluto».
Dopo qualche giorno l’africano dello stereo mi ha spiegato che non sempre fanno lavorare le stesse persone. Ma le ruotano. In questo modo quelli che vengono lo fanno quando ne hanno davvero bisogno per mangiare, così non ci sono mai storie se c’è da caricare più roba e fare più tardi.
Anche nella merda di quel periodo potevo dirmi un privilegiato allora. Delle volte si è fortunati senza rendersene conto. Naturalmente, come sempre, è tutto relativo.

Ricevetti una lettera a casa. Una tipa mi diceva che aveva letto il romanzo e diversi miei racconti, sia cose pubblicate negli anni passati che in Rete. Mi diceva che si eccitava a leggermi, che era bella e che voleva scoparmi.  Ma non era questa la novità. Non avevo mai ricevuto una lettera a casa, ma sempre via email o al limite attraverso la casa editrice. Non sapevo come, ma si era data da fare neanche poco per trovare il mio indirizzo. La cosa mi piaceva, dimostrava dedizione. E la dedizione è sempre presagio di cose interessanti.
Le risposi. Avevo bevuto quella sera e scrissi parecchie cose strane. Del tipo che il sesso era la mia lingua preferita e che se non bevevo troppo e c’era la chimica giusta ero il più grande scopatore d’Europa. Chissà perché specificai d’Europa. L’alcol ti lascia poca possibilità di essere razionale e ragionevole. Per fortuna. Naturalmente chiesi una sua fotografia. Avrai delle fotografie in cui possa vedere che sei bella come dici? Glielo chiesi tre o quattro volte. La mattina seguente, con la testa ancora in ebollizione dalla sbronza, spedii la lettera. Dopo due giorni avevo sul tavolino 10 belle polaroid. Aveva 22 anni. Capelli lunghi, neri, con ciocche blu notte e piercing ai capezzoli e sulla lingua. Era piccola ma ben fatta. Magra ma con un bel seno e un bel culo. Alcune foto erano erotiche, altre meravigliosamente oscene. A 22 anni era femmina come poche. Forse lo era da bambina, lo era sempre stata. Ce ne sono di donne così. Di femmine così.
«Pronto…».
«Claudia sono M.C.».
«Ah, ciao. Hai già ricevuto le mie foto. Ti sembro carina e da scopare?».
«Be’, è tutto così semplice che mi sembra troppo bello».
«Vedi? Mi piaci, lo sapevo. Non sbaglio mai».
«Perché me lo dici?».
«Non fai il duro».
«Non sono un duro».
«Ammetterlo è bello e poi non credo che esistano davvero i duri».
«Hum».
«Ho tutta una teoria su questo argomento, un giorno ne parleremo. Ti sono piaciute le fotografie? Le ho scattate da sola, ho fatto il possibile, ma credo non siano venute così male».
«Sei molto sexy e mi ci sono già divertito sopra un paio di volte stamattina».
«Ah ah ah, era quello che speravo. Scommetto che sei venuto con quella della bottiglia e le calze nere».
«Esattamente con quella, sei una strega?».

Abitava a Roma nord. In meno di un ora ero a casa sua. Il gioco era che faceva la puttana. Voglio dire sono entrato con una bottiglia e lei era in mutandine. Si muoveva come una bambina. Ogni tanto si leccava un dito facendo finta di pensare. Giocava. Aveva deciso di vivere e giocare e godere e scoprire, provare. È bello quando incroci una donna così. Parlammo un poco poi spense la luce e si sfilò le mutandine. Aveva un corpo fantastico. Già ho detto magro e ben fatto, e profumava di sesso. Un leggera peluria sotto ascelle e tra le cosce. Il suo profumo, il suo odore dovrei dire, mi fece andare fuori di testa. Glielo dissi. Mi faceva sentire un’animale.
Le spinsi la testa sulle mie palle e lei prese a leccare e succhiare rumorosamente. Voleva essere vistosa, sguaiata, puttana. Recitava bene la parte, sembrava di essere dentro un film porno. Visto che era magra e leggera la girai, poi l’alzai. La presi e la misi a sedere sul tavolino rosso della cucina. La prima volta glielo ficcai proprio lì. Mi piaceva molto quell’arredamento. Tutto rosso laccato, cromato, divertente. Giocavamo a non venire, a non godere, presi da una eccitazione barbara.
«Cazzo, quanto sei troia».
«Come le femmine dei tuoi racconti. Voglio essere la più troia Massimo. Come le tue mulattine».
«Sei sulla buona strada, ma devi ancora darci sotto».
«Siamo all’antipasto, non mi sono mai sentita così piena di voglia. Così in calore».
Dio che bello scrivere. Avrei dovuto cercare di pubblicare molti anni prima di quanto avessi fatto. Avrei dovuto scrivere di più. Dovevo darmi una regola. Scrivere dieci pagine al giorno per tutta la vita. C’avrei scopato fino al giorno del mio funerale. Sì, dovevo fare così. Magari qualche mia lettrice m’avrebbe fatto un pompino disteso nella bara. Ottimo.
Pensavo a questo mentre la spingevo da dietro. Pensavo a quante belle ragazzine ventenni mi sarei potuto scopare. Se non è immortalità questa è un bel surrogato. Insomma, scopammo per parecchie ore. Due volte nel pomeriggio ed una lunghissima durante la notte. Al mattino ero in doccia e volle infilarsi nel box con me. S’inginocchiò e con la bocca piena di bagnoschiuma prese a farmi eccitare. Quando era duro al punto giusto se lo ficcò profondo. Io la tenevo per i fianchi. Era poggiata al vetro della doccia mentre facevo avanti e dietro. Poi gridò che stava per venire e che non avrei dovuto smettere di scoparla per niente al mondo. Mi fece giurare. Giurai. Mentre cominciò a gemere per il piacere prese a pisciare. Ero là col cazzo che entrava e usciva da quella fichetta giovane e stretta, piena di schiuma… che prese a pisciare come una pazza. Godeva senza vergogna. Mi piacciono le donne che non hanno pudori. Godere è la più grande aspirazione di un essere umano. Quel gesto di liberarsi mentre raggiungeva l’orgasmo la faceva sentire bene. Credo che amplificasse il piacere sessuale con una trasgressione totale. Mentre urlava presi a sputarle sulla lingua, nella bocca aperta, sempre mentre spingevo dico. Andò fuori di testa. Ed io con lei.
C’asciugammo alla meglio e la spinsi sul letto. Ero duro. Mi faceva quasi male per quanto era duro. Ma sono lungo a venire e cercavo di sfruttare al massimo quella follia di piacere, quello spettacolino niente male che avevamo messo su. La misi a pecorina. Poi difronte con le caviglie fini sulle mie spalle. Si faceva fare di tutto senza parlare. Gemeva solo. Gemeva di continuo. Poi al momento giusto la gettai letteralmente sul letto. Mi sedetti sul suo petto bloccandola col peso del corpo, con le dita della mano sinistra le spalancai la bocca. Con l’altra mano diedi l’ultimo tocco al cazzo che tirò fuori tutto lo sperma della notte. Lo diressi esattamente in bocca,  dalla lingua le scivolava lento e cremoso verso la gola. Ingoiò tutto fissandomi negli occhi.
Poi le chiesi delle uova per colazione.



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